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Riconoscere che quello non è più il posto adatto a te è forse una delle cose più faticose che si possano ammettere nel lavoro, ma è anche l’unico modo che personalmente conosco per smettere di accontentarti.

Inizia tutto con la stanchezza. Una stanchezza che non c’entra niente con il riposo.

È quella sensazione pesante che arriva nel tardo pomeriggio della domenica e che non se ne va neanche se fai tre settimane di ferie ad agosto.

Sai di cosa parlo, vero?

Vedo costantemente persone dare a questo malessere i nomi più svariati.

È un periodo intenso.
È un momento di stress.
È un progetto complicato, ci sta che mi senta così.

Ma la verità, se abbiamo il coraggio di guardarci dentro fino in fondo, è un’altra.

La causa profonda di tutto ciò non sta nelle ore trascorse in ufficio o nella mole di cose da spuntare sulla to-do list. Sta nell’invisibile attrito quotidiano tra chi sei tu, con la tua storia e i tuoi valori, e chi ti viene chiesto di essere per poter occupare la scrivania a cui sei sedutə.

Quando per trovare il tuo spazio all’interno di un contesto lavorativo devi plasmarti, smussare gli angoli fino a cancellarli e tradire ciò in cui credi, beh, quel posto smette di essere un’opportunità.

Diventa una gabbia. E se per starci devi cambiare chi sei, semplicemente non è il posto adatto a te.

I segnali invisibili per capire se è il posto adatto a te

Quando parliamo di ambienti di lavoro faticosi o tossici, la mente va subito ai grandi conflitti: la litigata in riunione, il rimprovero ingiusto davanti a tutti, la promozione promessa e mai arrivata.

Sono cose che fanno male, certo.

Ma sono visibili, chiare, circoscritte. Possiamo riconoscerle, arrabbiarci e, in qualche modo, gestirle.

La minaccia davvero pericolosa per il nostro benessere, invece, non fa alcun rumore.

Lavora dall’interno e agisce piano piano.

Si manifesta quando:

👉 inizi a nascondere i tuoi valori fondamentali per non sembrare “fuori luogo”. Metti da parte i tuoi principi etici o personali per evitare di sembrare “quello/a strano/a”, il bastian contrario o la persona poco flessibile.

👉 Silenzi la tua storia e la tua sensibilità per adattarti a una cultura aziendale che non ti somiglia. Nascondi il tuo vissuto, le tue fragilità e persino i tuoi punti di forza, perché capisci che quello non è il posto adatto a te per esprimerti liberamente.

👉 Smetti di esprimere la tua opinione durante le riunioni perché sai che non verrà accolta. Smetti gradualmente di proporre idee innovative o di sollevare dubbi costruttivi.

Smetti in poche parole di essere te stessə.

E sai come so tutto questo? Perché ci sono passata.

Non sentirsi valorizzatə fa male, ma fa ancor più male fingere di essere qualcuno che non sei. Fingere che vada tutto bene solo perché ciò che conta, o che credi conti, è l’apparenza.

Tutto questo drena un’enorme quantità di energia, un’energia preziosa che dovresti impiegare per creare, innovare e crescere e che invece ti ritrovi a sprecare costantemente solo per proteggerti.

Quando ti accorgi che per occupare uno spazio devi tradire chi sei, stai facendo una scelta: stai decidendo, più o meno consapevolmente, di lasciare che qualcuno decida per te.

Il risultato di questa dinamica è che ti trovi a vivere una vita parallela.

Inizi a recitare una parte, indossi una maschera e una divisa invisibile prima di varcare ogni mattina la soglia dell’ufficio.

Hai mai fatto caso a quanta energia serve per sostenere una maschera per otto, nove o dieci ore al giorno?

Sono sicura di sì.

Il punto è che adesso non sai più cosa fare per venirne fuori. O meglio, lo sai ma hai paura.

“Non ho più l’età per rischiare”.
“So fare solo questo, non saprei dove altro andare”.
“Ormai arrivo alla pensione”.
“Faccio quello che devo fare e poi mi godo la vita fuori di qui”.

Sii onestə e dimmi che non hai mai pronunciato o sentito pronunciare almeno una volta nella tua vita una frase tra queste!

Con questo non voglio dire che per venirne fuori serva necessariamente una soluzione drastica come quella di licenziarti domani.

Tutto va pianificato e adattato al contesto in cui vivi e a dove ti trovi – non solo fisicamente ma anche mentalmente – in questa fase della tua vita.

Sarei ipocrita se ti dicessi che il denaro non è importante. Lo è, eccome.

La stabilità economica è un bisogno primario e sacrosanto.

Nessuno dovrebbe mai sentirsi sbagliatə o colpevole se rimane in un posto che non ama perché ha un mutuo da pagare, una famiglia da mandare avanti o nessuna alternativa pronta in mano.

Detto questo, c’è un punto fondamentale che mi preme sottolineare: una cosa è rimanere in un posto per scelta strategica e temporanea, un’altra è restare e annullarsi per abitudine.

Rimanere per strategia significa dire a se stessi: “Oggi questo lavoro mi serve per pagare le bollette, ma io non sono questo posto. Mantengo il distacco e nel frattempo costruisco la mia strada verso l’esterno”.

Annullarsi per abitudine significa invece lasciarsi plasmare dal sistema fino a credere di non valere nulla al di fuori di quelle quattro mura.

Nessuna RAL elevata, nessun bonus di produzione e nessun benefit aziendale ripagano il costo devastante di perdere la stima che hai di te stessə e la consapevolezza del tuo valore.

Restare perché non si ha voglia di affrontare il cambiamento e restare perché è più semplice lamentarsi che agire sono scuse e non ti aiuteranno in alcun modo a cambiare le cose.

Se ti rendi conto che ti trovi proprio in questa situazione – un ambiente che ti va stretto ma da cui non puoi volare via domani mattina – il mio consiglio è quello di iniziare a fare qualcosa a piccoli passi.

Puoi iniziare, ad esempio, cambiando le regole del gioco.

Come riprenderti i tuoi spazi al lavoro e definire i tuoi confini

Se ti dicessi di prendere un foglio e di scrivere quelle cose che non sei dispostə a rinunciare per nulla al mondo, cosa scriveresti?

Sto parlando dei tuoi valori professionali ovvero quegli elementi imprescindibili nel tuo lavoro e che se mancano senti che qualcosa non funziona.

Potrebbe essere il rispetto per il tuo tempo fuori dal lavoro, l’etica, la gentilezza nelle relazioni, la trasparenza.

A cosa serve? Ti starai chiedendo.

Serve a delineare i confini oltre i quali non sei più dispostə ad andare e nel tuo prossimo lavoro sarà fondamentale tenerne conto. Ti aiuteranno a dire “no” o “si” a ciò che ti verrà offerto e a capire se sarà un posto adatto a te.

Smetti di concentrarti su quello che non puoi controllare (le decisioni dei vertici, i comportamenti dei colleghi) e sposta tutto il tuo focus su quello che controlli tu: il tuo valore, le tue competenze e la pianificazione del tuo futuro.

Usa la forza che ti rimane non per combattere contro l’azienda, ma per costruire la tua alternativa.

Lavora sul tuo posizionamento, fai ordine nelle tue competenze, riallaccia i contatti con le persone che stimi e inizia a guardarti intorno. Sapere che stai muovendo dei passi reali verso una direzione scelta da te riduce immediatamente la sensazione di soffocamento e ti restituisce il timone della tua vita.

Ci hanno insegnato per anni che il lavoro deve essere per forza sacrificio, un’arena in cui dimostrare quanto siamo bravi a resistere, a stringere i denti e a mandare giù rospi.

Ci siamo quasi abituati all’idea che il nostro contributo debba emergere nonostante quello che siamo, lottando contro la corrente.

Io credo con tutta me stessa che sia arrivato il momento di cambiare questa narrazione.

Il lavoro dovrebbe essere il luogo in cui portiamo valore grazie a chi siamo.

La tua sensibilità, il tuo punto di vista unico, la tua storia e persino il tuo modo personale di affrontare le difficoltà non sono difetti da correggere o spigoli da smussare per rientrare in un mansionario.

Sono le tue risorse più grandi. Sono esattamente ciò che ti rende una persona e un/una professionista di valore.

Non devi dimostrare di saper stare dappertutto. Devi imparare a scegliere dove vale davvero la pena stare.

Il momento perfetto per cambiare lavoro non esiste

E infine, c’è un’illusione incredibilmente comune in cui molte persone si incastrano prima o poi: l’attesa del famoso “momento giusto” o “momento perfetto”.

Spesso ci raccontiamo una storia.

Ci diciamo che pianificheremo la nostra svolta professionalmente non appena le acque si saranno calmate.

Quando saremo un po’ meno stanchi.
Quando quel progetto infinito sarà finalmente consegnato.
Quando la riorganizzazione aziendale in corso si sarà stabilizzata.
Quando i bambini saranno più grandi o quando, magicamente, avremo in mano un quadro di certezze assolute.

È una dinamica di rinvio che la nostra mente mette in atto per proteggerci dall’incertezza, ma che ha un prezzo altissimo.

E la verità è che il momento perfetto non arriva mai.

C’è sempre un’emergenza da gestire, una scusa a portata di mano, un potenziale rischio da calcolare o una stanchezza accumulata da smaltire.

Mentre continui ad aspettare che il contesto attorno a te si allinei per magia, l’unica cosa che cambia davvero restando fermi è il livello di erosione della tua autostima.

Più tempo trascorri in un luogo che ti costringe a “rimpicciolirti”, più ti convinci di non avere altre alternative.

La stanchezza costante ti prosciuga al punto da farti credere che non ti sia rimasta abbastanza energia per cercare un altro lavoro, per aggiornare il curriculum o per fare networking.

È un circolo vizioso perfetto: più resti, più ti stanchi; più ti stanchi, più rimandi; più rimandi, più ti senti impotente.

Finisci così per confondere la mancanza di energie con la mancanza di capacità, arrivando a credere di non meritare di meglio o di non essere “abbastanza” per il mercato la fuori.

Il cambiamento non parte quando cambia il contesto attorno a te o quando il capo decide improvvisamente di valorizzarti.

Parte nell’esatto momento in cui decidi che il prezzo da pagare per rimanere esattamente dove sei è diventato nettamente superiore alla paura di fare un passo verso l’ignoto.

Non serve stravolgere la tua vita dall’oggi al domani. Si tratta di comprendere il valore enorme del micro-passo.

Un micro-passo è ad esempio:
👉 riordinare le tue competenze su un foglio
👉 mandare un messaggio a un ex collega che stimi per bere un caffè insieme
👉 leggere un articolo di approfondimento sul tuo settore
👉 fare una ricerca su quali aziende condividono davvero i tuoi valori.

Smettere di aspettare che le cose migliorino da sole – o che qualcuno arrivi a salvarti – e iniziare a fare anche solo un micro-passo oggi è il più grande atto di rispetto, responsabilità e amore che puoi fare verso te stessə e verso la tua carriera.

Nel mondo del lavoro ci viene spesso chiesto di essere flessibili, di adattarci, di imparare a stare nelle complessità.

Ed è giusto, fa parte della crescita professionale. Ma c’è un confine chiarissimo tra la flessibilità e l’annullamento.

Dirsi che va bene così, che in fondo “tutti i lavori sono faticosi” o che “non si può avere tutto”, dura poco.

Tracciare dei confini non è un gesto di egoismo, né tantomeno un atto di resa. È una presa di posizione. Significa decidere che la tua storia, le tue competenze e la tua identità meritano rispetto, prima di tutto da parte tua.

Non devi dimostrare a nessuno di saper stare ovunque, né di poter sopportare qualsiasi contesto pur di avere un ruolo.

La vera maturità professionale sta nell’imparare a riconoscere gli ambienti in cui puoi fiorire davvero e nel fare, un passo alla volta, le scelte necessarie per arrivarci.

Perché la tua unicità è la tua risorsa più grande.

E se per trovare il tuo spazio devi cambiare chi sei, semplicemente non è il posto adatto a te.

Un abbraccio,

Fede

FEDERICA ROMAGNA

Career Coach, Consulente di carriera e Mental Coach certificata.
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